mercoledì, 18 novembre 09 21:49
Chi mi conosce davvero lo sa, io non amo particolarmente i bambini. Ma ho scoperto che è molto piacevole fotografarli (quando sono belli....e sopratutto, quando stanno fermi!) sopratutto per lo sguardo che ti regalano i genitori quando regali loro una bella foto, o almeno qualcosa di diverso rispetto alle mille inquadrature dall'alto che hanno già fatto ai loro figli. Poi ci sono persone che fanno foto così, e allora ti accorgi di essere ancora indietro... 
Altre foto di Kerianne Brown qua.
sabato, 14 novembre 09 14:45
Mi sono comprata due libri nuovi degli autori che forse amo di più. Nel caso di Ammaniti vi consiglio Come dio comanda, un romanzo avvincente dai tratti bui come la notte in cui è ambientato. Di Baricco, che dire, sicuramente i suoi primi libri (Oceano Mare, Seta, Novecento) erano migliori; spero in questo, ne ho sentito parlare molto bene, anche se la storia di ragazzi cresciuti all'oratorio, nonostante sia un po' anche la mia, non mi tenti più di tanto. 
Nel cuore di Roma, il palazzinaro Sasà Chiatti organizza nella sua nuova residenza di Villa Ada una festa che dovrà essere ricordata come il più grande evento mondano nella storia della nostra Repubblica. Tra cuochi bulgari, battitori neri reclutati alla stazione Termini, chirurghi estetici, attricette, calciatori, tigri, elefanti, il grande evento vedrà il noto scrittore Fabrizio Ciba e le Belve di Abaddon, una sgangherata setta satanica di Oriolo Romano, inghiottiti in un'avventura dove eroi e comparse daranno vita a una grandiosa e scatenata commedia umana. La comicità di Ammaniti sa cogliere i vizi e le poche virtù della nostra epoca. E nel sorriso che non abbandona nel corso di tutta la lettura annegano ideali e sentimenti. E soli, alla fine, galleggiano i resti di una civiltà fatua e sfiancata. Incapace di prendere sul serio anche la propria rovina. Il riso è amaro, dall’inizio alla fine del racconto. I personaggi sono grotteschi, ampollosi e tragici, e la storia nasce da una mente alterata e febbricitante. Le opinioni non possono che dividersi: la poetica di Niccolò Ammaniti o viene affrontata con un sorriso leggero, come una storia che non può stare in piedi, oppure si affronta per quello che è: il riflesso distorto della realtà, eccessivo, eccitato e funebre. Dopo la consacrazione ottenuta da grandi successi come Io non ho paura, Ti prendo e ti porto via e Come Dio comanda, Ammaniti torna alle atmosfere grottesche e torbide di Fango (Mondadori, 1999), dove la metafora di una società marcescente seguiva il dipanarsi dei racconti che formavano la raccolta. Qui il raccapriccio ricompare, ma viene ancora più stolidamente caricato di ironia, così come tornano gli altri argomenti tipici di Niccolò Ammaniti: i personaggi caricaturali, le descrizioni fumettistiche, e apocalittiche, gli occhi di brace e i rigurgiti delle viscere della terra. Per ottenere questo effetto lo scrittore si serve, però, di personaggi a dir poco esilaranti. Come Saverio Moneta, il leader della setta ormai in declino “Le Bestie di Abaddon”. Mobiliere nel reparto cucine tirolesi del grande magazzino dell’ottuagenario e perfido suocero, Saverio, in arte Mantos, di giorno subisce le angherie di una moglie algida e di notte promette ai tre disadattati ancora rimasti nella sua setta un’azione memorabile che farà balzare le Bestie ai vertici dei cultori di Satana. Non molto lontano dal quartier generale di Mantos, ad Oriolo Terme, un giovane scrittore romano cerca l’ispirazione durante noiosissime feste e surriscaldati auditorium. Salutato come una nuova promessa dell’editoria, dopo quattro anni di silenzio Fabrizio Ciba sta diventando una promessa mancata. Il suo editore lo sta per rimpiazzare, la sua agente ha smesso di giustificare i suoi continui eccessi, ed anche il pubblico, che fino ad ora lo ha idolatrato, inizia a contestare le sue uscite mondane. La festa di Sasà Chiatti forse non è proprio il posto ideale per risollevare la sua reputazione, ma magari potrebbe fornirgli lo spunto per uno dei suoi corsivi al vetriolo sulla stampa nazionale. Chiatti è un palazzinaro di Monfalcone, sopraggiunto a Roma in cerca di approvazione e fama. Per ottenerli ha un solo mezzo, i soldi, con i quali riesce ad acquistare uno dei parchi più belli di Roma, Villa Ada, e ad organizzare la festa più spettacolare che la capitale ricordi. Il parco viene popolato da animali esotici, gru, ippopotami, elefanti indiani e tigri albine; per allietare i partecipanti vengono organizzate tre diverse battute di caccia in costume, ed infine, dopo l’immancabile “Amatricianata” di mezzanotte, il concerto live della mitica Larisa, la cantante rock del momento. Tutti vorrebbero partecipare al rutilante programma, ma solo in pochi riusciranno a varcare i cancelli della villa e ad assistere all’evento più rovinoso e distruttivo che il mondo dello spettacolo ricordi. Un boicottaggio, o forse la natura, o Satana in persona, offuscheranno le luci scintillanti prodotte dai generatori di corrente elettrica. Una colata di acqua, fango, sangue e terrore, deturperà la scena e le umane sembianze. Si potrà semplicemente ridere della situazione grottesca, ma, siamo certi, qualcuno tenterà di riflettere sul sottosuolo e l’inevitabilità dei suoi riflussi. 
"Abbiamo tutti sedici, diciassette anni, ma senza saperlo veramente, è l'unica età che possiamo immaginare: a stento sappiamo il passato". ”Siamo molto normali, non è previsto un altro piano che essere normali, è un’inclinazione che abbiamo ereditato nel sangue. Per generazioni le nostre famiglie hanno lavorato a limare la vita fino a toglierle ogni evidenza – qualsiasi asperità che potesse segnalarci all’occhio umano”. Si presenta così il protagonista e voce narrante del libro di Alessandro Baricco: un romanzo fulmineo, che condensa in 140 pagine di eleganza narrativa, la storia paradigmatica di quattro ragazzi d’oggi; diciottenni aggrappati a una normalità soffocante e sconfortante, che si affacciano all’età adulta divisi tra incrollabili certezze e indecisioni paralizzanti, slanci coraggiosi e paure recondite. Sono Luca, Bobby, il Santo e l’anonimo narratore: ricordano i “quattro amici al bar” della nota canzone di Gino Paoli ma declinati in versione “religiosa”. Al “bar” preferiscono la parrocchia e il volontariato, all’”anarchia e alla libertà” contrappongono un mondo dai “confini fisici molto immediati, e confini mentali fissi come una liturgia”. Nel corredo della loro normalità la fede è un lato irrinunciabile (“siamo cattolici – credenti e cattolici”), ma proprio in questo terreno di ordine, tranquillo e apparente, germoglia il seme di una qualche follia, sconosciuta a tutti, persino a loro stessi. Una follia che rischia di farli sconfinare in un mondo diverso, parallelo al loro ma completamente alieno: è la dimensione popolata da “quegli altri”, quelli per cui la “chimica della vita non produce formule esatte ma spettacolari arabeschi”. Non sono morali, né prudenti, non hanno vergogna, sono naturalmente ricchi e, cosa che li rende davvero diversi, dispongono di destini tragici. Andre appartiene a questa dimensione. Il suo vero nome è Andrea ma è una ragazza: bellissima, senza ostentazione, disinibita, è di tutti e di nessuno, irraggiungibile, segnata irrimediabilmente dalla vita. Come un ciclone si insinuerà tra i componenti del gruppo, dapprima nelle loro menti, poi nei loro cuori e nei loro corpi. In lei si perderanno in più d’uno o tutti e quattro, scoprendo così il vero significato del dolore, del sesso, persino della morte. Tutto quello che è davanti ai loro occhi, ma tuttavia non è visto e capito, potrebbe finalmente rivelarsi nella sua pienezza e verità. Come nell’episodio dei discepoli di Emmaus, il brano del Vangelo preferito dai protagonisti, in cui la natura del Messia si rivela quando lui è ormai svanito. Parabola di vita, romanzo di formazione, Emmaus segue il percorso di quattro giovani uomini alla scoperta del mondo e di loro stessi, delle loro potenzialità positive e negative, dei labili confini tra perdizione e salvezza. Sullo sfondo gli adulti, i genitori, rimangono figure evanescenti. Solo a tratti escono dal loro torpore per cercare un contatto con i figli, con imbarazzo e quasi con timore. “Non leggono la burrasca in arrivo così li lasciano andare al largo”. Baricco invece ci spalanca le porte delle loro giovani menti e mette a nudo le loro anime acerbe. Le racconta attraverso le loro stesse parole e ci trascina così vicini ai loro cuori che ci sembra di sentirli battere nelle pagine. Recensioni Ibis
sabato, 14 novembre 09 01:00

Tra meno di 45 giorni ti rivedrò, mia amata. Anche solo questo pensiero mi riempe di gioia. Non avrei mai pensato che si potesse amare a tal punto una città! Rubo questa a Giorgia, Erasmus a Coimbra, in questo momento mi sembra perfetta: "Seppur Lisbona abbia tanto, non ha tutto, ma ci sarà sempre chi pensa che a Lisbona troverà ciò di cui ha bisogno o che desidera" José Saramago
mercoledì, 11 novembre 09 22:21
Mi sento serena ed è una cosa che ho sempre fuggito perchè ho sempre pensato che la serenità non fosse felicità. Infatti mi manca qualcosa, pur non mancandomi per nulla. Il fatto è che sto bene, ma mi sembra incredibile senza quel qualcosa.
lunedì, 09 novembre 09 23:29
La prossima località che voglio assolutamente al più presto visitare è Berlino, e in questi giorni, ovviamente, la voglia è incrementata al punto da consultare le offerte degli aerei. Sono anni che voglio visitare questa grande città dalla perfezione stranamente calda, o almeno è così nel mio immaginario. E' una delle poche capitali del nord europa che non mi ispira freddezza, nel senso della vitalità, è moderna, aperta, friendly, ho l'impressione che sarebbe stato anche un bel luogo da vivere in Erasmus. In questi giorni si ripercorre con la memoria quel 1989, che io sinceramente non ricordo, eppure 9 anni non dovevano essere pochi. Berlino era molto diversa da adesso, ma son convinta che il carattere che ne è venuto fuori è anche frutto della tormentata storia di questa città. Ho voluto infine qui raccogliere un elenco di film che ho visto o che voglio vedere su questa città e in particolare sulla sua divisione, spero possa essere utile anche a voi. "Uno, due, tre!" 1961 "Il Cielo sopra Berlino" 1987 "Così lontano, così vicino" 1993 "Lola corre" 1998 "Good Bye Lenin!" 2003 "Le vite degli altri" 2006 E infine: The Wall
venerdì, 06 novembre 09 21:35
Il corso di fotografia che frequento quest'anno è in realtà un corso di educazione all'immagine. Significa che qui non si insegna a scattare buone fotografie, ma a creare un qualcosa di artistico. In realtà l'arte non si insegna, ma se ne può parlare. Così ogni 15 giorni ci riuniamo in una stanza nelle campagne di Pisa e non facciamo altro che parlare di fotografia, o meglio, di ottima fotografia, proiettando immagini famose, commentandole e soprattutto cercando di capire cosa rende alcune foto vere e proprie opere d'arte. Io questo corso l'adoro! Alla fine, ad aprile, verrà allestita nel rettorato dell' Università di Pisa una mostra, ognuno parteciperà con 2 o 3 foto e verrà stampato anche il libro. Il tema di quest'anno è "L'uomo e il suo animale" e sebbene possa sembrare un titolo da mostra canina, non è così, o almeno, io non lo intendo così. Il motore ispiratore sarà l'opere di un grandissimo fotografo, Elliot Erwitt, di cui vi mostro una delle mie foto preferite:
Quindi capite che tipo di mostra può venire fuori? E' un tema molto difficile e per questo per me molto stimolante! Ieri sera abbiamo affrontato questi due fotografi: Josef Koudelka Fotografo ceco che non conoscevo, mi ha conquistata con il suo bellissimo bianco e nero, sopratutto nei suoi lavori sui gitani. Ha la capacità di raccontare una storia e soprattutto una cultura, mantenendo un tratto personalissimo e con una certa predilizione per il macabro che personalmente adoro.

Robert Doisneau Fotografo francese famosissimo, immortalò quasi esclusivamente la sua Parigi e se il suo scopo era far venire la voglia di visitarla, che dire, c'è riuscito perfettamente...ha immortalato l'anima di una città e dei suoi abitanti, quello che vorrei fare io con Lisbona. 
mercoledì, 04 novembre 09 23:00
Sto compilando una lista.
Dovrà essere pronta entro il 27 dicembre. Contiene tutti i posti di Lisbona che voglio rivedere. I luoghi che non ho visto perchè chiusi. Città del Portogallo che mi piacerebbe visitare. Senza contare tutti i posti già visti che voglio nuovamente fotografare.. E il solo compilarlo mi fa sentire bene... Ecco i primi che mi son venuti in mente: - Miradouros de S. Luzia e de S. Pedro de Alantara (erano chiusi) - Nuova stazione della metro di S. Apolonia - Palacio Nacional de Mafra - Giro di tutte le più belle stazioni della metro di Lisbona - Feira da ladra - Tejo Bar
mercoledì, 04 novembre 09 00:36
 Il Premio Canon, concorso rivolto ai giovani fotografi, giunge all' undicesima edizione.
Il concorso prevede due categorie principali: Miglior portfolio fotografico e Miglior progetto fotografico . Entrambe le categorie sono riservate a partecipanti nati dal 1976 in avanti.
Per partecipare alla sezione Miglior portfolio sarà necessario inviare un portfolio composto da un minimo di 10 e un massimo di 15 immagini inedite. Per il vincitore è previsto un premio in denaro di 4.000 euro.
Per partecipare alla sezione Miglior progetto sarà invece necessario inviare progetti non ancora ultimati. Il migliore sarà premiato con 2.500 euro.
I partecipanti nati dopo il 1979, potranno partecipare anche alla terza sessione del concorso: Borsa di Studio . Il vincitore riceverà una somma di 2500 euro da destinarsi a corsi o scuole di fotografia.
Le opere dovranno essere spedite, insieme alla scheda di partecipazionee, al seguente indirizzo: Canon Italia spa Premio Giovani Fotografi, via Milano 8, San Donato Milanese (MI). Qui dovranno pervenire entro le 17 del 30/11/2009.
La Giuria del concorso si riunirà entro il giorno 31/01/2010 e assegnerà i premi. I vincitori saranno avvisati con lettera raccomandata o telegramma. Maggiori informazioni
venerdì, 30 ottobre 09 15:44
“Succedeva sempre che a un certo punto uno alzava la testa… e la vedeva. E’ una cosa difficile da capire. Voglio dire… Ci stavamo in più di mille, su quella nave, tra ricconi in viaggio, e emigranti, e gente strana, e noi… Eppure c’era sempre uno, uno solo, uno che per primo… la vedeva. Magari era lì che stava mangiando, o passeggiando, semplicemente, sul ponte…magari era lì che si stava aggiustando i pantaloni… alzava la testa un attimo, buttava un occhio verso il mare… e la vedeva. Allora si inchiodava, lì dov’era, gli partiva il cuore a mille, e, sempre, tutte le maledette volte, giuro, sempre, si girava verso di noi, verso la nave, verso tutti, e gridava: l’America.” Questo è l'incipit del libro Novecento, un monologo di Alessandro Baricco, il libro che ho letto più volte ma, chiariamoci, sono solo 51 pagine, il libro che forse mi è piaicuto di più in assoluto. Non ricordo come e quando lo scovai, sicuramente prima che uscisse il ben più famoso film, La leggenda del pianista dull'oceano, di Giuseppe Tornatore e con un Tim Roth come sempre in gran forma. Sì, esatto, quel lungo film di 2 ore è ispirato è un libro di 51 pagine e, anocra non capisco come, ma è riuscito a tradurre in immagini e soprattutto musica tutto il libro senza aggiungere nulla...sembra uno strano paradosso matematico. Tornando al libro, la storia è quella di Novecento, neonato abbandonato su un transatlantico, cresciuto da un macchinista nero e diventato, non si sa come, un pianista jazz da capogiro. Novecento non è mai sceso dalla nave e il perchè ce lo spiega nelle ultime pagine del libro: Tutta quella citta', non se ne vedeva la fine... La fine, per cortesia, si potrebbe vedere la fine? E il rumore. Su quella maledettissima scaletta... era molto bello, tutto... e io ero grande con quel cappotto, facevo il mio figurone, e non avevo dubbi, era garantito che sarei sceso, non c'era problema. Col mio cappello blu, primo gradino, secondo gradino [...]. Non e' quel che vidi che mi fermo. E' quello che non vidi. Puoi capirlo fratello? E' quel che non vidi ... lo cercai ma non c'era, in tutta quella sterminata citta c'era tutto tranne... c'era tutto ma non c'era una fine. Quel che non vidi e' dove finiva tutto quello, la fine del mondo. Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno puo' fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu sei infinito, e dentro quei tasti, infinita e' la musica che puoi suonare. Loro sono 88, tu sei infinito. Questo a me piace. Questo lo si puo' vivere. Ma se tu, ma se io salgo su quella scaletta, e davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti, milioni e miliardi di tasti, che non finiscono mai, e questa e' la verita', che non finiscono mai e quella tastiera e' infinita... Se quella tastiera e' infinita, allora su quella tastiera non c'e' musica che puoi suonare. Tu sei seduto sul seggiolino sbagliato: quello e' il pianoforte su cui suona Dio. Cristo, ma le vedevi le strade? Anche solo le strade. Ce n'e' a migliaia, come fate voi laggiu' a sceglierne una, a scegliere una donna, una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire. Tutto quel mondo, quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce e quanto ce n'e'. Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell'enormita', solo a pensarla? A viverla... Io sono nato su questa nave. E qui il mondo passava, ma a duemila per volta. E di desideri ce n'erano anche qui, ma non piu' di quelli che ci potevano stare tra una prua e una poppa. Suonavi la tua felicita', su una tastiera che non era infinita. Io ho imparato cosi'. La terra, quella e' una nave troppo grande per me. E' un viaggio troppo lungo. E' una donna troppo bella. E' un profumo troppo forte. E' una musica che non so suonare. Perdonatemi, ma io non scendero'. Lasciatemi tornare indietro, per favore. Questo libro, dalla poesia coinvolgente e dall'ironia graffiante è o non è un po' la metafora della vita? Non siamo un po' tutti su una barca, che fa il suo viaggio e che è capace di ospitare solo 2000 persone alla volta? Ogni volta, nelle fasi della nostra vita, incontriamo solo alcune storie di quel grande circo che è la terra, e non è detto che tutte rimangano a fianco a noi a continuare il viaggio..il nostro mondo non è infinito, è tutto quello che va da una prua a una poppa e il mondo vero, quello grande, quello in cui si decide di tutta l'umanità noi lo vediamo solo dal ponte, da lontano. Perchè quello è troppo grande per noi...
giovedì, 29 ottobre 09 14:47

Risorgi ancor più bella o viareggina Il petto portentoso si avvicina con tutto il tuo amore incastonaci il cuore il carnevale gli occhi aprirà e con il suo splendido sorriso ti guarderà. Le maschere appariranno E come sempre danzeranno Con il simbolo del sole Ma senza dimenticare “Giustizia e verità per la nostra città” “Giustizia e verità Per la nostra città” Vigili saremo Per questo non temere Viareggio ti ho nel cuore.
mercoledì, 28 ottobre 09 00:07
Foto: Mecuro B Cotto
Cerchi riparo fraterno conforto tendi le braccia allo specchio ti muovi a stento e con sguardo severo biascichi un malinconico Modugno Di quei violini suonati dal vento l'ultimo bacio mia dolce bambina brucia sul viso come gocce di limone l'eroico coraggio di un feroce addio ma sono lacrime mentre piove piove mentre piove piove mentre piove piove Magica quiete velata indulgenza dopo l'ingrata tempesta riprendi fiato e con intenso trasporto celebri un mite e insolito risveglio Mille violini suonati dal vento l'ultimo abbraccio mia amata bambina nel tenue ricordo di una pioggia d'argento il senso spietato di un non ritorno Di quei violini suonati dal vento l'ultimo bacio mia dolce bambina brucia sul viso come gocce di limone l'eroico coraggio di un feroce addio ma sono lacrime mentre piove piove mentre piove piove mentre piove piove
mercoledì, 21 ottobre 09 22:54
Mario Tobino è stato uno scrittore, poeta e psichiatra viareggino. Si laureò in medicina a Bologna e nel frattempo già scriveva poesie specializzatosi poi in psichiatria. Dopo un periodo al fronte libico, tornò in Italia dove cominciò a lavorare in diversi ospedali psichiatrici. Nel '43 prese parte alla resistenza partigiana in Toscana e infine, dal dopoguerra in poi, si trasferì definitivamente in Toscana dove oltre a seguire da vicino i malati, in particolare quelli dell'ospedale pscichiatrico di Maggiano, in provincia di Lucca, proseguì la carriera di scrittore vincendo, tra l'altro, premio Strega, premio Campiello e premio Viareggio. Dalle mie parti Mario Tobino è noto e stimato da tutti, probabilmente perché viareggino, non so, non penso sia così anche nel resto d’Italia, ma la sua biografia (diversamente da altri autori, io ho sempre odiato studiare le biografie) mi ha perennemente affascinato, in particolare per la sua vita all’interno dell’ ospedale di Maggiano. Maggiano è il paese accanto a quello di mia nonna e nativo di mia madre e l’ospedale non era, anzi non è, un piccolo edificio, ma un gigantesco palazzone bianco che spicca dalla collina ed è ben visibile dalla strada principale. Quando erano piccole, mia mamma e le sue sorelle, prima che la legge facesse chiudere questi luoghi, correndo per i campi spesso si trovavano vicine alle recinzioni e il gioco era sempre quello: a chi non aveva paura ad avvicinarsi il più possibile alla gabbia. 
Adesso penso che il manicomio sia un posto splendido nella sua tragicità e questo articolo e queste foto su Repubblica mi hanno fatto tornare l’irresistibile voglia di entrarci un giorno a fare foto. I corridoi, le finestre, le sbarre, i resti di medicinali, mi immagino tutto e tutto parlerebbe sotto le mie mani. E’ un peccato che questo posto non possa venir sfruttato. Era un convento, se non sbaglio, una volta, e venne ceduto alla provincia a patto che la sua funzione restasse sempre in ambito medico, quindi niente alberghi o roba simile. Ma in questo modo è abbandonato a se stesso, perché non ci sono soldi né possibilità di renderlo adatto alle nuove esigenze ospedaliere. E rimane lì, su quel monte, a ricordarci Tobino e i suoi libri.
Per alcuni un manicomio è un luogo per certi versi muto, isolato, emarginato. In realtà non è così, un manicomio è una struttura viva, fatta di storie, di mondi paralleli, ed è parte integrante di una società. Quando un paziente veniva messo in manicomio, veniva dimenticato dal mondo, spesso anche dalla famiglia. Chi entrava in un manicomio non faceva più ritorno, e anche se un giorno sarebbe uscito portava in sopra di se quel marchio indelebile, indicato da tutti come il pazzo del paese." [cit.]
venerdì, 16 ottobre 09 22:35
Domani, se tutto va bene, vado a Firenze al:
Festival della creatività 2009 La città del futuro, il futuro della città Questa edizione, la prima a cui assisterò, ha come tema la città, luogo in cui la creatività diventa innovazione, produzione, sviluppo. Il tema verrà affrontato in molteplici sfumature e modi: scienza e arti figurative, nuove e vecchie tecnologie, letteratura, musica, cinema, teatro e persino gioco, tutto ciò che è creativo. Inoltre, il concorso fotografico a cui ho partecipato con la mia foto di Bilbao, IMAGO europae, partecipa con uno stand dedicato alla creatività urbana. Durante tutto l'evento, verranno presentate le foto partecipanti in un elavorato video e sarà possibile ammirare le foto vincitrici. Anche se non ho vinto sono proprio curiosa di vedere la mia foto proiettata! Tra le esposizioni che mi incuriosiscono: Portogallo: creativity and Miguel Palma Esposizione Cavaniglia Imago Europae 2009 Photo contest – Creatività Urbana Esposizione Cavaniglia Da Firenze a Berlino oltre il muro, gli ombrelli della libertà. Riproposizione dell'istallazione di Berlino, voluta dalla città; tedesca per i festeggiamenti dei 20 anni dalla caduta del muro. Esposizione Piazzale Ghiaino Future città viste da futuri architetti per future generazioni Esposizione Spadolini PT Sicurezza del lavoro nella realizzazione delle grandi opere infrastrutturali Esposizione Nazioni YOU CREA! laboratorio fotografico Esposizione Cavaniglia 
martedì, 13 ottobre 09 14:03
Faccio pubblicità a un'amica ma non solo..per chi abitasse nella splendida Roma, non perdetevi questa mostra di fotografia allestita negli spazi della Galleria Marino (zona piazza di Spagna).
In occasione del Festival Internazionale del Film di Roma, la Galleria Marino presenta “Mimmo Cattarinich: oltre la pellicola”, una mostra fotografica che permetterà ai visitatori di ripercorrere anni di storia del cinema italiano, attraverso “attimi rubati” ai set. Cattarinich nasce a Roma nel 1937 ed inizia giovanissimo la sua collaborazione presso gli studi cinematografici Ponti e De Laurentiis dove, come assistente dei fotografi di scena Augusto Di Giovanni e Sergio Strizzi, ha occasione di lavorare sui set di alcuni notissimi registi come Steno, Camerini, Zampa, Soldati, Risi, Monicelli, per arrivare più tardi a collaborare con Fellini, Pasolini, Bertolucci, Ferreri, Tornatore, Zeffirelli, Luna, Almodovar e tanti altri. Il titolo “oltre la pellicola” lascia trasparire il senso stesso dell’esposizione, che diventa una finestra su un mondo, quello del Cinema, che sin dalla sua nascita affascina, incuriosisce e fa sognare generazioni di spettatori, che si tratti di esperti o di semplici appassionati. Di fronte agli scatti di Mimmo Cattarinich, infatti, la sensazione è quella di trovarsi proprio sul set, nel momento in cui le luci, i movimenti, gli sguardi, vengono catturati dall’occhio del fotografo, che altro non è se non l’obbiettivo della sua macchina. Questo tipo di emozione, Cattarinich riesce a regalarla con ogni sua fotografia, sia essa il momento di una scena che tutti ricordano a memoria o un regista intento a correggere gli attori, o ancora un “dietro le quinte” bizzarro o comico o, a volte, carico di tensione. Tutti momenti ai quali pochi privilegiati possono assistere, attimi che spesso ci sfuggono nel rapido “srotolarsi” della pellicola, bloccato solo dall’intuito di chi realizza le foto di scena, o forse, come la stessa Piera Detassis (direttrice di “Ciak” e direttore artistico del Festival) ha sottolineato parlando di Cattarinich, “bisognerebbe imparare a chiamarle foto dietro la scena”. La “magia” che questo artista riesce a donare è quella di avere la possibilità di osservare vite intere racchiuse in un frame, in meno di un secondo, il tempo che occorre per uno scatto. La mostra, a cura di Ilaria Caravaglio, è un viaggio attraverso scene che vedono protagonisti i più noti volti del Cinema italiano e non solo, quali Alberto Sordi, Sofia Loren, Roberto Benigni e Pierpaolo Pasolini, le stesse scene che hanno portato Mimmo Cattarinich alla consacrazione artistica. L’evento è stato inserito dalla Fondazione Cinema per Roma nelle “Risonanze del Festival”; al vernissage, che si terrà sabato 17 ottobre alle ore 18.30 presso la sede della Galleria in Salita San Sebastianello 16/b, sarà ospite l’artista.
domenica, 11 ottobre 09 14:59
A volte mi chiedo dove siano i veri cineasti di oggi. Questi erano dei geni! Signore e signori, buonanotte è un film satirico italiano del 1976, scritto e diretto in forma collettiva da Age, Leo Benvenuti, Luigi Comencini, Piero De Bernardi, Nanni Loy, Ruggero Maccari, Luigi Magni, Mario Monicelli, Ugo Pirro, Furio Scarpelli e Ettore Scola, riuniti nella Cooperativa 15 maggio. Si tratta della parodia di un'immaginaria giornata televisiva, con spot, inchieste giornalistiche, sceneggiati, tv dei ragazzi e un telegiornale, il Tg3 (che all'epoca ancora non esisteva), a fare da filo conduttore. La satira è indirizzata verso la politica corrotta, l'esercito, la Chiesa, la televisione, di cui vengono denunciati i mali attraverso una loro rappresentazione esasperata e paradossale. Da Wikipedia 
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mercoledì, 07 ottobre 09 10:17
Quanto avete sentito parlare ai telegiornali di queste notizie? Quante volte un comunicato veloce è stato subito seguito se non preceduto da un servizio di un'ora sulle vicende di Cassano e Lippi? Queste squadre che con il proprio sudore e ben poche soddifazioni economiche hanno dato il cuore meritano di più. Questo è per loro!
Il fioretto non tradisce Oro anche a squadre Baldini, Barrera, Vanni e Cassarà superano 45-41 la Germania e conquistano il titolo mondiale. Quinto posto per la sciabola femminile6 ottobre 2009
Italia si conferma campione d'Europa La squadra femminile batte in finale l'Olanda in tre set (25-16, 25-19, 25-20). Nella finale per il terzo posto la Polonia supera la Germania. Barbolini: "Grande impresa, ci fa capire che siamo veramente forti"4 ottobre 2009
Ginnastica ritmica: Mondiali, oro e argento per l’ItaliaL’italia ha conquistato un oro ed un Argento ai mondiali di ginnastica ritmica di Mie, in Giappone. Dopo l’oro ottenuto ieri nel concorso generale le azzurre si sono ripetute trionfando nell’esercizio con tre nastri e due funi, vinto con il punteggio di 26.650. 13 settembre 2009
martedì, 06 ottobre 09 23:51

Non ricordo se vi ho già parlato di Chinaski, un blogger/scrittore fantastico che con i suoi post ironici e cinici mi ha fatto ridere e riflettere parecchie volte da quel lontano 2007 in cui ho cominciato a seguire il suo blog, Come diventare il mio cane. Oggi ha scritto un post che riporto perchè lo condivido pienamente! "Guardavo il telegiornale, a pranzo. Di spalle, ma lo guardavo. Dentro il telegiornale c’era questo giornalista che si arrampicava sulle macerie di detriti di gente morta e, al solito, intervistava detriti di gente viva che piangeva. Non provo niente. Per un attimo mi immedesimo e provo terrore ma subito dopo non provo niente di fronte a una persona che ha perso tutto e che piange e questo mi sembra orribile, mi sento orribile, mi sento in colpa, ma subito dopo capisco che la colpa non è mia, è del giornalista, di tutti questi milioni di giornalisti che si arrampicano come formichine laboriose sulla disgrazia, che pungolano i parenti della vittima, il fratello, la madre, il figlio, la vittima stessa, lì a punzecchiarla col microfono nelle costole a dirgli cosa prova, cosa si prova a essere morti, cosa si prova a essere vivi quel tanto da desiderare di essere morti. Sì, la colpa è loro, non mia, io una sensibilità ce l’ho, ce l’avevo, ce l’ho sempre avuta, potrei anche averla, un giorno o l’altro mi potrebbe venire la sensibilità improvvisa per il mio prossimo e non sarà certo un giornalista a… ok, non ce l’ho, ma il fatto che io non abbia sensibilità non autorizza il giornalista a degradare una cosa pura come il dolore della gente. Il dolore andrebbe filmato, fotografato, se uno vuole. E zitto. Il giornalista deve documentare, commentare, ma non deve intervistare la persona che piange così come non intervisterebbe un leone. È uno spettacolo brutto intervistare la gente che soffre, questo volevo dire. Brutto. Esteticamente. Le persone che sono lì a guardare la propria casa spazzata via da un terremoto o da un torrente avrebbero il diritto di prendere il giornalista e infilarlo dentro una maceria di fango, aggiornando il conteggio delle vittime di uno; avrebbero il diritto ma non lo fanno, perché è gente disperata e vulnerabile, in quel momento lì vorresti consolazione, persone che ti stiano intorno, non ti è rimasto altro, e sei confuso al punto da pensare che il giornalista compassionevole col microfono sia tuo amico, scambi il suo interesse per calore umano e invece, direbbe lui, è solo il suo cazzo di lavoro. Va benissimo. Io, veramente, sarei lì col fucile e sparerei a tutti quelli che mi si avvicinano senza avere tra le mani un badile o un secchio, ma sarà che sono misantropo. Ma non lo sai mai come reagisci e poi a tutti sembra normale, il giornalista che ti si infila nelle pieghe del dolore e si approfitta di te e ti rende complice dello scempio delle tue sventure, come quando, mi ricordo, Maurizio Costanzo ha preso un sopravvissuto di Auschwitz che ad Auschwitz aveva perso il papà, la sorella e la mamma e il cane e cinquant’anni dopo l’ha preso e l’ha messo nel piazzale dove cinquant’anni prima avevano fatto le divisioni tra quelli che sarebbero sopravvissuti ancora un po’ e quelli che sarebbero finiti bruciati subito nei forni e, siccome la sua mamma e il suo papà erano tra questi, Maurizio Costanzo gli ha fatto leggere una lettera che il tizio aveva scritto e, vedendolo un po’ scosso ma tutto sommato ancora in piedi gli ha detto, giuro, “cosa prova, adesso? Se vuole piangere, pianga”. Che son cose che mi fanno pensare a come risponderebbe un giornalista se, appena uscito dal medico dopo che il medico gli ha detto che dalle lastre sembra esserci qualcosa di brutto al polmone sinistro, tu gli dicessi: “Allora, sembra che abbia un tumore. Che cosa prova? Quarantasei anni non sono pochi per avere un tumore? Ci dica. A me sembrano pochi. A sua moglie lo dirà? Ha già deciso? Non le spiace lasciarla? Non prova nostalgia? Se vuole piangere, pianga. Ecco, si sfoghi, su, prenda la mia pistola”. Mentre ero lì e mangiavo e vedevo (sentivo) questo spettacolo, ho pensato che, non so, io non sono sensibile ma non vado a importunare le persone, specie quelle disperate che se la devono vedere con le tragedie. E ho pensato che, anche se il giornalista fa solo il suo lavoro, beh, potrebbe farlo meglio, ad esempio la televisione potrebbe piantarla di dare da mangiare a tutti quegli spettatori sciacalli che si nutrono del dolore della gente, del sentimento miserabile di godere del fatto di non essere in quella situazione o non so che cosa stimoli il loro interesse per la gente morta che piange."
martedì, 06 ottobre 09 12:19
Non è vero. Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla spiaggia e ha detto: «Non c'è altro da vedere», sapeva che non era vero. La fine di un viaggio è solo l'inizio di un altro. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito. (Josè Saramago, Viaggio in Portogallo) A 3 anni esatti da quella partenza, tornerò a Lisbona a dicembre, per ben due settimane... Non avrei potuto starci meno, devo rientrare almeno un po' in quella vita, in quel periodo che è stato senza dubbio il più bello della mia vita. Mancano 3 mesi ed io sono già pronta per il ritorno.
domenica, 04 ottobre 09 13:43

Provate a dare un'occhiata al lavoro Babel Tales, del fotografo danese Peter Funch. "Quello che fa Funch, concettualmente parlando, è piuttosto semplice. Si piazza ad un incrocio e ritrae nell’arco di un paio di settimane tutta una serie di persone che fanno la stessa cosa. Poi monta le immagini in Photoshop, escludendo tutti gli altri e creando queste credibilissime scenette surreali, in cui ad esempio tutti hanno in mano dei fiori…  … oppure delle buste, finendo per apparire una specie di flashmob organizzato dalle poste  …oppure guardano in camera con sospetto, creando l’impressione che ci sia una specie di cospirazione in atto e che da un secondo all’altro qualcuno dia il segnale d’attacco.  E le sue immagini funzionano perchè hanno profondita’, perche’ non e’ tutto a fuoco, perchè il montaggio non è telefonato e per un momento non si capisce esattamente se siano semplicemente degli attori pagati per creare una specie di performance estemporanea in mezzo alla strada." Testo tratto dal blog di Sara Lando Effettivamente sono d'accordo: questa non è solo ottima fotografia, sapiente uso di Photoshop e un'idea carina. Questa è genialità! E come Sara Lando dico: vorrei aver avuto la stessa idea.
venerdì, 02 ottobre 09 21:24
di ROBERTO SAVIANO MOLTI si chiederanno come sia possibile che in Italia si manifesti per la libertà di stampa. Da noi non è compromessa come in Cina, a Cuba, in Birmania o in Iran. Ma oggi manifestare o alzare la propria voce in nome della libertà di stampa, vuol dire altro. Libertà di poter fare il proprio lavoro senza essere attaccati sul piano personale, senza un clima di minaccia. E persino senza che ogni opinione venga ridotta a semplice presa di parte, come fossimo in una guerra dove è impossibile ragionare oltre una logica di schieramento. Oggi, chiunque decida di prendere una posizione sa che potrà avere contro non un'opinione opposta, ma una campagna che mira al discredito totale di chi la esprime. E persino coloro che hanno firmato un appello per la libertà di informazione devono mettere in conto che già soltanto questo gesto potrebbe avere ripercussioni. Qualsiasi voce critica sa di potersi aspettare ritorsioni. Libertà di stampa significa libertà di non avere la vita distrutta, di non dover dare le dimissioni, di non veder da un giorno all'altro troncato un percorso professionale per un atto di parola, come è accaduto a Dino Boffo. Vorrei parlare apertamente con chi, riconoscendosi nel centrodestra, dirà: "Ma che volete? Che cosa vi mettete a sbraitare adesso, quando siete stati voi per primi ad aver trascinato lo scontro politico sul terreno delle faccende private erigendovi a giudici morali? Di cosa vi lamentate se ora vi trovate ripagati con la stessa moneta?". Infatti la questione non è morale. La responsabilità chiesta alle istituzioni non è la stessa che deve avere chi scrive, pone domande, fa il suo mestiere. Non si fanno domande in nome della propria superiorità morale. Si fanno domande in nome del proprio lavoro e della possibilità di interrogare la democrazia. Un giornalista rappresenta se stesso, un ministro rappresenta la Repubblica. La democrazia funziona nel momento in cui i ruoli di entrambi sono rispettati. Per un giornalista, fare delle domande o formulare delle opinioni non è altro che la sua funzione e il suo diritto. Ma un cittadino che svolge il suo lavoro non può essere esposto al ricatto di vedere trascinata nel fango la propria vita privata. E una persona che pone delle domande, non può essere tacitata e denunciata per averle poste. Non è sulla scelta di come vive che un politico deve rispondere al proprio Paese. Però quando si hanno dei ruoli istituzionali, si diventa ricattabili, ed è su questo piano, sul piano delle garanzie per le azioni da compiere nel solo interesse dello Stato, che chi riveste una carica pubblica è chiamato a rendere conto della propria vita. In questi anni ho avuto molta solidarietà da persone di centrodestra. Oggi mi chiedo: ma davvero gli elettori di centrodestra possono volere tutto questo? Possono ritenere giusto non solo il rifiuto di rispondere a delle domande, ma l'incriminazione delle domande stesse? Possono sentirsi a proprio agio quando gli attacchi contro i loro avversari prendono le mosse da chi viene mandato a rovistare nella loro sfera privata? Possono non vedere come la lotta fra l'informazione e chi cerca di imbavagliarla, sia impari e scorretta anche sul piano dei rapporti di potere formale? Chi ha votato per l'attuale schieramento di governo considerandolo più vicino ai propri interessi o alle proprie convinzioni, può guardare con indifferenza o approvazione questa valanga che si abbatte sugli stessi meccanismi che rendono una democrazia funzionante? Non sente che si sta perdendo qualcosa? Il paese sta diventando cattivo. Il nemico è chi ti è a fianco, chi riesce a realizzarsi: qualunque forma di piccola carriera, minimo successo, persino un lavoro stabile, crea invidia. E questo perché quelli che erano diritti sono stati ridotti quasi sempre a privilegi. È di questo, di una realtà così priva di prospettive da generare un clima incarognito di conflittualità che dovremmo chiedere conto: non solo a chi governa ma a tutta la nostra classe politica. Però se qualsiasi voce che disturba la versione ufficiale per cui va tutto bene, non può alzarsi che a proprio rischio e pericolo, che garanzie abbiamo di poter mai affrontare i problemi veri dell'Italia? Il ricatto cui è sottoposto un politico è sempre pericoloso perché il paese avrebbe bisogno di altro, di attenzione su altre questioni urgenti, di altri interventi. Il peggio della crisi per quel che riguarda i posti di lavoro deve ancora arrivare. In più ci sono aspetti che rendono l'Italia da tempo anomala e più fragile di altre nazioni occidentali democratiche, aspetti che con un simile aumento della povertà e della disoccupazione divengono ancora più rischiosi. Nel 2003 John Kerry, allora candidato alla Casa Bianca, presentò al Congresso americano un documento dal titolo The New War, dove indicava le tre mafie italiane come tre dei cinque elementi che condizionano il libero mercato quantificando in 110 miliardi di dollari all'anno la montagna di danaro che le mafie riciclano in Europa. L'Italia è il secondo paese al mondo per uomini sotto protezione dopo la Colombia. È il paese europeo che nei soli ultimi tre anni ha avuto circa duecento giornalisti intimiditi e minacciati per i loro articoli. Molti di loro sono finiti sotto scorta. Ed è proprio in nome della libertà di informazione che il nostro Stato li protegge. Condivido il destino di queste persone in gran parte ignote o ignorate dall'opinione pubblica, vivendo la condizione di chi si trova fisicamente minacciato per ciò che ha scritto. E condivido con loro l'esperienza di chi sa quanto siano pericolosi i meccanismi della diffamazione e del ricatto. Il capo del cartello di Calì, il narcos Rodriguez Orejuela, diceva "sei alleato di una persona solo quando la ricatti". Un potere ricattabile e ricattatore, un potere che si serve dell'intimidazione, non può rappresentare una democrazia fondata sullo stato di diritto. Conosco una tradizione di conservatori che non avrebbero mai accettato una simile deriva dalle regole. In questi anni per me difficili molti elettori di centrodestra, molti elettori conservatori, mi hanno scritto e dato solidarietà. Ho visto nella mia terra l'alleanza di militanti di destra e di sinistra, uniti dal coraggio di voler combattere a viso aperto il potere dei clan. Sotto la bandiera della legalità e del diritto sentita profondamente come un valore condiviso e inalienabile. È con in mente i volti di queste persone e di tante altre che mi hanno testimoniato di riconoscersi in uno Stato fondato su alcuni principi fondamentali, che vi chiedo di nuovo: davvero, voi elettori di centrodestra, volete tutto questo? Questa manifestazione non dovrebbe veramente avere colore politico, e anzi invito ad aderirvi tutti i giornalisti che non si considerano di sinistra ma credono che la libertà di stampa oggi significa sapersi tutelati dal rischio di aggressione personale, condizione che dovrebbe essere garantita a tutti. Vorrei che ricordassimo sino in fondo qual è il valore della libertà di stampa. Vorrei che tutti coloro che scendono in piazza, lo facessero anche in nome di chi in Italia e nel mondo ha pagato con la vita stessa per ogni cosa che ha scritto e fatto a servizio di un'informazione libera. In nome di Christian Poveda, ucciso di recente in El Salvador per aver diretto un reportage sulle maras, le ferocissime gang centroamericane che fanno da cerniera del grande narcotraffico fra il Sud e il Nord del continente. In nome di Anna Politkovskaja e di Natalia Estemirova, ammazzate in Russia per le loro battaglie di verità sulla Cecenia, e di tutti i giornalisti che rischiano la vita in mondi meno liberi. Loro guardano alla libertà di stampa dell'Occidente come un faro, un esempio, un sogno da conquistare. Facciamo in modo che in Italia quel sogno non sia sporcato. Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency ©Riproduzione riservata Questo articolo sarà pubblicato anche da El Paìs, The Times, Le Figaro, Die Zeit, dallo svedese Expressen e dal portoghese Espresso. http://news.illecito.com/ http://www.facebook.com/note.php?note_id=145030026601&ref=nf http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/politica/liberta-di-stampa/commento-saviano/commento-saviano.html
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